L’Intelligenza Artificiale, come è noto, è oramai una componente strutturale nella gestione e nella conduzione delle organizzazioni e, in alcuni casi, finanche nell’analisi dei sentimenti e degli stati d’animo dei dipendenti. Pur considerando positiva e vantaggiosa l’IA nel suo complesso, in questo lavoro propongo un’analisi fondamentalmente tradizionale, focalizzando le persone e le loro relazioni di scambio all’interno sia delle grandi aziende che delle piccole e medie imprese (PMI). In particolare, esamino qui alcuni princìpi relazionali utili a favorire una maggiore coesione organizzativa e a rafforzare il senso di appartenenza dei suoi membri, princìpi in grado di prevenire il sorgere di risentimenti e acredini nei confronti del management e della leadership aziendale nel loro complesso e, di riflesso, di promuovere una più elevata produttività individuale. Quello che oggi stiamo vedendo – alludo ancora all’Intelligenza Artificiale – è solo un piccolo “assaggio” di ciò che tra breve accadrà. Insomma, siamo agli albori di una nuova fase della storia dell’umanità che muterà in maniera totalizzante tutti gli aspetti del nostro vivere quotidiano. E poiché siamo agli inizi di questa rivoluzione pazzesca, siamo ancora in grado di frenare, almeno in parte, l’espansione dell’IA laddove paventassimo dei pericoli. Ecco, oggi lo possiamo ancora fare, ma tra breve no. E qualcosa di interessante – alludo alla ricerca – si sta già muovendo. Si è visto, ad esempio, come i sistemi di IA influenzino le percezioni dei dipendenti e come la trasparenza degli algoritmi sia fondamentale per non distruggere o compromettere il delicato e complesso sistema della fiducia all’interno delle organizzazioni. Infatti, sebbene l’Intelligenza Artificiale offra da un lato numerosi e indiscutibili vantaggi, dall’altro solleva notevoli e motivate preoccupazioni in merito al benessere dei dipendenti, alla sicurezza del posto di lavoro, alla privacy, all’equità e alla trasparenza. Più specificatamente, si è visto che un eccesso di algoritmi acutizza nei dipendenti la percezione di una strumentalizzazione ad opera di meccanismi anonimi e spersonalizzanti, e questo, a volte, ha un effetto depressivo non di poco conto. Insomma, l’integrazione dell’IA nell’ambito di un’organizzazione nel suo complesso, o nell’ambito più specifico delle risorse umane, ha bisogno di “un approccio equilibrato”, che rimetta l’uomo al centro di ogni cosa. Io credo, al riguardo, che tra tutte le piste la più importante è quella che conduce all’essere umano. Da sola, l’Intelligenza Artificiale è pericolosa, in quanto – portata all’eccesso – rischiamo davvero l’impoverimento del nostro essere umani. Noi già “abitiamo” in un corpo biologico ed emotivo che molto spesso non governiamo, e non lo governiamo perché a scuola ci insegnano la geografia, la trigonometria, le equazioni, o quali sono le battaglie vinte da Carlo Magno, ma non ci dicono nulla su come funzionano la mente e le nostre emozioni. In questo corpo biologico ed emotivo, insomma, spesso non c’è un “padrone”, e il rischio è che con l’IA questo processo di alienazione da noi stessi possa aumentare e consolidarsi. E, allora, tutti noi dovremmo lavorare alla realizzazione di questo approccio equilibrato e recuperare tutto il buono delle conoscenze passate, finora prodotte, nella speranza che in esse vi siano “semi di avvenire”.
As is well known, Artificial Intelligence has become a structural component of organizational management and operations and, in some instances, even the analysis of employees' sentiments and moods. While acknowledging AI's overall positive and beneficial nature, this work proposes a fundamentally traditional analysis, focusing on people and their interpersonal exchanges within both large corporations and small and medium-sized enterprises (SMEs). Specifically, I examine relational principles that foster greater organizational cohesion and strengthen members' sense of belonging, principles that can prevent resentment and animosity toward management and corporate leadership, thereby promoting higher individual productivity. What we are witnessing today — referring again to Artificial Intelligence — is merely a small "taste" of what is soon to come. In short, we stand at the dawn of a new phase in human history that will radically transform every aspect of our daily lives. Yet, because we are at the beginning of this extraordinary revolution, we still have the power to curb the expansion of AI — at least to some extent — wherever we foresee potential dangers. We can still do so today, but that window of opportunity will soon close. Meanwhile, significant developments — particularly in research — are already underway. For instance, studies show how AI systems shape employee perceptions and how algorithmic transparency is crucial to avoiding the erosion or compromise of the delicate, complex system of trust within organizations. Indeed, while Artificial Intelligence offers numerous and indisputable advantages, it also raises significant, well-founded concerns about employee well-being, job security, privacy, fairness, and transparency. More specifically, an over-reliance on algorithms can intensify employees' perception of being exploited by anonymous, depersonalizing mechanisms, something that can, at times, substantially harm morale. In short, integrating AI into an organization as a whole — or specifically within human resources — requires a "balanced approach" that places human beings back at the centre of everything. In this regard, I believe that among all the paths available, the most important is the one that leads back to the human being. Artificial Intelligence on its own is dangerous; taken to extremes, we risk impoverishing our own humanity. We already "inhabit" a biological and emotional body that we often do not control and we lack this control because schools teach us geography, trigonometry, equations, and the battles won by Charlemagne, yet tell us nothing about how our minds and emotions actually work. Essentially, there is often no "master" within this biological and emotional body, and the risk is that AI could exacerbate and entrench this process of self-alienation. Therefore, we should all strive to achieve this balanced approach and reclaim the best of the knowledge accumulated to date, in the hope that it holds the "seeds of the future".
Il valore del dare e del ricevere nelle organizzazioni
Volpe A.
2026
Abstract
L’Intelligenza Artificiale, come è noto, è oramai una componente strutturale nella gestione e nella conduzione delle organizzazioni e, in alcuni casi, finanche nell’analisi dei sentimenti e degli stati d’animo dei dipendenti. Pur considerando positiva e vantaggiosa l’IA nel suo complesso, in questo lavoro propongo un’analisi fondamentalmente tradizionale, focalizzando le persone e le loro relazioni di scambio all’interno sia delle grandi aziende che delle piccole e medie imprese (PMI). In particolare, esamino qui alcuni princìpi relazionali utili a favorire una maggiore coesione organizzativa e a rafforzare il senso di appartenenza dei suoi membri, princìpi in grado di prevenire il sorgere di risentimenti e acredini nei confronti del management e della leadership aziendale nel loro complesso e, di riflesso, di promuovere una più elevata produttività individuale. Quello che oggi stiamo vedendo – alludo ancora all’Intelligenza Artificiale – è solo un piccolo “assaggio” di ciò che tra breve accadrà. Insomma, siamo agli albori di una nuova fase della storia dell’umanità che muterà in maniera totalizzante tutti gli aspetti del nostro vivere quotidiano. E poiché siamo agli inizi di questa rivoluzione pazzesca, siamo ancora in grado di frenare, almeno in parte, l’espansione dell’IA laddove paventassimo dei pericoli. Ecco, oggi lo possiamo ancora fare, ma tra breve no. E qualcosa di interessante – alludo alla ricerca – si sta già muovendo. Si è visto, ad esempio, come i sistemi di IA influenzino le percezioni dei dipendenti e come la trasparenza degli algoritmi sia fondamentale per non distruggere o compromettere il delicato e complesso sistema della fiducia all’interno delle organizzazioni. Infatti, sebbene l’Intelligenza Artificiale offra da un lato numerosi e indiscutibili vantaggi, dall’altro solleva notevoli e motivate preoccupazioni in merito al benessere dei dipendenti, alla sicurezza del posto di lavoro, alla privacy, all’equità e alla trasparenza. Più specificatamente, si è visto che un eccesso di algoritmi acutizza nei dipendenti la percezione di una strumentalizzazione ad opera di meccanismi anonimi e spersonalizzanti, e questo, a volte, ha un effetto depressivo non di poco conto. Insomma, l’integrazione dell’IA nell’ambito di un’organizzazione nel suo complesso, o nell’ambito più specifico delle risorse umane, ha bisogno di “un approccio equilibrato”, che rimetta l’uomo al centro di ogni cosa. Io credo, al riguardo, che tra tutte le piste la più importante è quella che conduce all’essere umano. Da sola, l’Intelligenza Artificiale è pericolosa, in quanto – portata all’eccesso – rischiamo davvero l’impoverimento del nostro essere umani. Noi già “abitiamo” in un corpo biologico ed emotivo che molto spesso non governiamo, e non lo governiamo perché a scuola ci insegnano la geografia, la trigonometria, le equazioni, o quali sono le battaglie vinte da Carlo Magno, ma non ci dicono nulla su come funzionano la mente e le nostre emozioni. In questo corpo biologico ed emotivo, insomma, spesso non c’è un “padrone”, e il rischio è che con l’IA questo processo di alienazione da noi stessi possa aumentare e consolidarsi. E, allora, tutti noi dovremmo lavorare alla realizzazione di questo approccio equilibrato e recuperare tutto il buono delle conoscenze passate, finora prodotte, nella speranza che in esse vi siano “semi di avvenire”.I documenti in IRIS sono protetti da copyright e tutti i diritti sono riservati, salvo diversa indicazione.


