Tesi sostenuta. L’Appennino centro-meridionale è senza dubbio una regione a forte pericolosità sismica ma, meno elevata, di altre aree del Mediterraneo. Il territorio italiano è però molto più vulnerabile per l’alta densità di popolazione, per la presenza di centri storici particolarmente estesi, per l’età e le tecnologie costruttive del patrimonio urbanistico/edilizio, queste condizioni innalzano il rischio sismico a valori non più ragionevolmente accettabili. Nella seconda metà del secolo appena trascorso e, nei primi anni del nuovo, eventi sismici di magnitudo Richter non particolarmente elevata, hanno cancellato interi paesi nella Valle del Belice (1968, magnitudo 5,9), nella Valle del Tagliamento (1976, magnitudo 6,5), in Irpinia (1980, magnitudo 6,9), in Umbria (1997, magnitudo 6,1/6,9) e in Abruzzo (2009, magnitudo 6,3/5,8). Campo entro il quale la tesi trova argomentazioni. Una riflessione va spesa in relazione ai criteri utilizzati per la riduzione della vulnerabilità sismica di un insediamento, essi risultano ancora oggi troppo legati alla scala edilizia (metodo DPC-GNDT) e non interpretano la città come un sistema complesso di spazi adattati, la semplificazione posta a base di tale modello presuppone una città come banale somma dei suoi elementi edilizi componenti, ma la città è un complesso sistema e la relazione tra le parti assume un significato importante che deve essere considerato tramite una valutazione della vulnerabilità a scala urbana. Gli studi condotti sulla Struttura Urbana Minina (SUM), in occasione del terremoto dell’Umbria del 1997, aprono nuove ed interessanti prospettive interpretative. La metodologia è finalizzata all’analisi della vulnerabilità dei sistemi funzionali, insediativi e infrastrutturali, al verificarsi di un evento sismico, in una prospettiva temporale estesa che tenga conto, oltre del danno immediato, degli effetti differiti e di lungo periodo. Prospettive di lavoro. L’urbanistica, approfondisce le tecniche e le procedure per misurare la criticità del sistema urbano di fronte all’evento sismico; criticità derivante dalle caratteristiche tipologiche del tessuto edilizio (vulnerabilità fisica o edilizia), localizzazione degli edifici pubblici destinati ad attrezzature (vulnerabilità degli edifici strategici) ma anche dalle relazioni che si instaurano tra gli elementi costitutivi del sistema degli spazi (vulnerabilità funzionale). Proprio in tali contesti, le indagini urbanistiche possono consentire la preventiva identificazione di aree critiche in cui, a parità di condizioni di pericolosità, si riscontra una più elevata concentrazione di patrimonio esposto, in termini, non solo di vite umane, ma di manufatti, di attività necessarie al funzionamento della città (o a fronteggiare una condizione di emergenza), di attività economiche e di risorse identitarie, oppure, di aree in cui si rileva una mancata rispondenza tra la domanda di attività che può generarsi in caso di evento e le caratteristiche di organizzazione spaziale e funzionale del contesto. Un evento sismico, infatti, può ingenerare (anche in presenza di danni fisici di modesta entità), una domanda di attività (esodo verso luoghi sicuri, accesso ad attrezzature ospedaliere, accesso dei mezzi di soccorso), cui il sistema, per sue caratteristiche intrinseche, compattezza edificato, accessibilità, distribuzione delle attrezzature strategiche, non riesce a far fronte entrando in una condizione di crisi funzionale. Il paper che si propone, partendo dalla comparazione di due metodi (DPC-GNDT e SUM) finalizzati alla valutazione della vulnerabilità sismica attraverso l’applicazione ad un caso di studio emblematico, il comune di Bisaccia in provincia di Avellino, cercherà di evidenziarne potenzialità e limiti nonché il ruolo che può essere attribuito alla pianificazione fisica sia nell’analisi della vulnerabilità degli insediamenti che nella mitigazione del rischio sismico.

VULNERABILITÀ SISMICA METODI A CONFRONTO: Il caso di Bisaccia (Av), Atti della XV Conferenza della Società Italiana degli Urbanisti, L'Urbanistica che cambia rischi e valori, Pescara 10-11 Maggio 2012

LOSCO, Salvatore;
2012

Abstract

Tesi sostenuta. L’Appennino centro-meridionale è senza dubbio una regione a forte pericolosità sismica ma, meno elevata, di altre aree del Mediterraneo. Il territorio italiano è però molto più vulnerabile per l’alta densità di popolazione, per la presenza di centri storici particolarmente estesi, per l’età e le tecnologie costruttive del patrimonio urbanistico/edilizio, queste condizioni innalzano il rischio sismico a valori non più ragionevolmente accettabili. Nella seconda metà del secolo appena trascorso e, nei primi anni del nuovo, eventi sismici di magnitudo Richter non particolarmente elevata, hanno cancellato interi paesi nella Valle del Belice (1968, magnitudo 5,9), nella Valle del Tagliamento (1976, magnitudo 6,5), in Irpinia (1980, magnitudo 6,9), in Umbria (1997, magnitudo 6,1/6,9) e in Abruzzo (2009, magnitudo 6,3/5,8). Campo entro il quale la tesi trova argomentazioni. Una riflessione va spesa in relazione ai criteri utilizzati per la riduzione della vulnerabilità sismica di un insediamento, essi risultano ancora oggi troppo legati alla scala edilizia (metodo DPC-GNDT) e non interpretano la città come un sistema complesso di spazi adattati, la semplificazione posta a base di tale modello presuppone una città come banale somma dei suoi elementi edilizi componenti, ma la città è un complesso sistema e la relazione tra le parti assume un significato importante che deve essere considerato tramite una valutazione della vulnerabilità a scala urbana. Gli studi condotti sulla Struttura Urbana Minina (SUM), in occasione del terremoto dell’Umbria del 1997, aprono nuove ed interessanti prospettive interpretative. La metodologia è finalizzata all’analisi della vulnerabilità dei sistemi funzionali, insediativi e infrastrutturali, al verificarsi di un evento sismico, in una prospettiva temporale estesa che tenga conto, oltre del danno immediato, degli effetti differiti e di lungo periodo. Prospettive di lavoro. L’urbanistica, approfondisce le tecniche e le procedure per misurare la criticità del sistema urbano di fronte all’evento sismico; criticità derivante dalle caratteristiche tipologiche del tessuto edilizio (vulnerabilità fisica o edilizia), localizzazione degli edifici pubblici destinati ad attrezzature (vulnerabilità degli edifici strategici) ma anche dalle relazioni che si instaurano tra gli elementi costitutivi del sistema degli spazi (vulnerabilità funzionale). Proprio in tali contesti, le indagini urbanistiche possono consentire la preventiva identificazione di aree critiche in cui, a parità di condizioni di pericolosità, si riscontra una più elevata concentrazione di patrimonio esposto, in termini, non solo di vite umane, ma di manufatti, di attività necessarie al funzionamento della città (o a fronteggiare una condizione di emergenza), di attività economiche e di risorse identitarie, oppure, di aree in cui si rileva una mancata rispondenza tra la domanda di attività che può generarsi in caso di evento e le caratteristiche di organizzazione spaziale e funzionale del contesto. Un evento sismico, infatti, può ingenerare (anche in presenza di danni fisici di modesta entità), una domanda di attività (esodo verso luoghi sicuri, accesso ad attrezzature ospedaliere, accesso dei mezzi di soccorso), cui il sistema, per sue caratteristiche intrinseche, compattezza edificato, accessibilità, distribuzione delle attrezzature strategiche, non riesce a far fronte entrando in una condizione di crisi funzionale. Il paper che si propone, partendo dalla comparazione di due metodi (DPC-GNDT e SUM) finalizzati alla valutazione della vulnerabilità sismica attraverso l’applicazione ad un caso di studio emblematico, il comune di Bisaccia in provincia di Avellino, cercherà di evidenziarne potenzialità e limiti nonché il ruolo che può essere attribuito alla pianificazione fisica sia nell’analisi della vulnerabilità degli insediamenti che nella mitigazione del rischio sismico.
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: http://hdl.handle.net/11591/173600
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