L’obiettivo del contributo è quello di indagare il ruolo che il tempo di esposizione ricopre nell’operazione di registrazione del movimento tramite la fotografia e come questo si sia modificato nel corso degli anni e delle tecniche adoperate. A partire dai primi anni dell’Ottocento, i progressi tecnico-scientifici nel campo della fotografia sono stati molteplici e, se ai suoi esordi, l’interesse era quello prevalentemente legato alla sola registrazione di un istante (in forma statica), ben presto esso si spostò anche su quello legato alla rappresentazione di un evento in movimento. Tale condizione fece sì che il tempo, inteso sia come espediente fisico per la registrazione della luce su una superficie che, come un prodotto visivo-visuale del mezzo fotografico stesso, divenne da quel momento uno dei fenomeni più indagati e, di cui, l’odierna cultura digitale ne ha ereditato il portato tecnico-scientifico. Tali studi sono stati fondamentali per le successive ricerche attuate nel corso del XX secolo sia in ambito analogico che digitale. In entrambi i casi, l’obiettivo era da un lato quello di restituire il dinamismo e dall’altra la registrazione di movimenti impercepibili agli occhi umani. Al fine di raggiungere entrambi furono portate in essere differenti tecniche, quali il fotodinamismo, la fotografia stroboscopica, la light painting ecc. L’avvento della camera digitale ha poi ampliato ulteriormente le possibilità attraverso le tecniche della motion blur o panning. Molte di queste tecniche si basano su tempi di esposizione lunghi. Ciò, alla luce delle vicende storiche, può sembrare un paradosso. Agli albori della fotografia non era possibile rappresentare il movimento a causa dei necessari tempi lunghi di esposizione. Invece nel corso degli anni, tale parametro, si è dimostrato fondamentale per la registrazione del movimento. Un cambiamento, in cui si evidenzia che la rappresentazione del movimento in fotografia è indissolubilmente legata al progresso tecnologico. Infine, si conclude con delle riflessioni sullo stato attuale, in particolare sul lascito dei processi di post-processing, app, e sull’avvento dell’intelligenza artificiale. In particolar modo, quest’ultima genera anche immagini fotorealistiche (all’apparenza fotografiche) senza l’adozione del mezzo fotografico e da cui, inevitabilmente, nasce il seguente l’interrogativo: ha ancora una valenza parlare di tempo di esposizione? In tono provocatorio, ha valenza parlare di camera fotografica e tecniche fotografiche nel mondo degli smartphone e dell’intelligenza artificiale? Stiamo per giungere all’epoca post-camera?

Tempo e movimento per e della rappresentazione di un istante | Time and Motion for and of the Representing an Instant

Vincenzo Cirillo
;
Riccardo Miele;Rosina Iaderosa
2023

Abstract

L’obiettivo del contributo è quello di indagare il ruolo che il tempo di esposizione ricopre nell’operazione di registrazione del movimento tramite la fotografia e come questo si sia modificato nel corso degli anni e delle tecniche adoperate. A partire dai primi anni dell’Ottocento, i progressi tecnico-scientifici nel campo della fotografia sono stati molteplici e, se ai suoi esordi, l’interesse era quello prevalentemente legato alla sola registrazione di un istante (in forma statica), ben presto esso si spostò anche su quello legato alla rappresentazione di un evento in movimento. Tale condizione fece sì che il tempo, inteso sia come espediente fisico per la registrazione della luce su una superficie che, come un prodotto visivo-visuale del mezzo fotografico stesso, divenne da quel momento uno dei fenomeni più indagati e, di cui, l’odierna cultura digitale ne ha ereditato il portato tecnico-scientifico. Tali studi sono stati fondamentali per le successive ricerche attuate nel corso del XX secolo sia in ambito analogico che digitale. In entrambi i casi, l’obiettivo era da un lato quello di restituire il dinamismo e dall’altra la registrazione di movimenti impercepibili agli occhi umani. Al fine di raggiungere entrambi furono portate in essere differenti tecniche, quali il fotodinamismo, la fotografia stroboscopica, la light painting ecc. L’avvento della camera digitale ha poi ampliato ulteriormente le possibilità attraverso le tecniche della motion blur o panning. Molte di queste tecniche si basano su tempi di esposizione lunghi. Ciò, alla luce delle vicende storiche, può sembrare un paradosso. Agli albori della fotografia non era possibile rappresentare il movimento a causa dei necessari tempi lunghi di esposizione. Invece nel corso degli anni, tale parametro, si è dimostrato fondamentale per la registrazione del movimento. Un cambiamento, in cui si evidenzia che la rappresentazione del movimento in fotografia è indissolubilmente legata al progresso tecnologico. Infine, si conclude con delle riflessioni sullo stato attuale, in particolare sul lascito dei processi di post-processing, app, e sull’avvento dell’intelligenza artificiale. In particolar modo, quest’ultima genera anche immagini fotorealistiche (all’apparenza fotografiche) senza l’adozione del mezzo fotografico e da cui, inevitabilmente, nasce il seguente l’interrogativo: ha ancora una valenza parlare di tempo di esposizione? In tono provocatorio, ha valenza parlare di camera fotografica e tecniche fotografiche nel mondo degli smartphone e dell’intelligenza artificiale? Stiamo per giungere all’epoca post-camera?
2023
Cirillo, Vincenzo; Miele, Riccardo; Iaderosa, Rosina
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11591/520888
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