Il caso dell’ampliamento del Pontificio Santuario di Pompei costituisce certamente occasione significativa per proporre una riflessione estesa e su prospettive d’indagine differenziate, circa l’impiego delle moderne tecnologie e delle capacità dialettiche che le applicazioni e innovazione, in genere, comportano nel più consolidato mondo delle costruzioni. Si tratta in realtà di un’esperienza sostanzialmente inedita che, immediatamente dopo i pronunciamenti della Carta di Atene del 1931, dà corso a quell’impiego giudizioso di tutte le risorse della tecnica moderna, e più specialmente del cemento armato, indicato dall’art. V del documento. L’episodio registra pure la raccomandazione di dissimulare alla vista simili strutture: qui, evidentemente, non più solo per ragioni estetiche o di conservazione di una memoria del passato, ma anche e, soprattutto, in ossequio al luogo liturgico per il quale vigeva forte il divieto della sincerità costruttiva con materiali moderni. L’intervento strutturale, certamente ardito, fu affidato al prof. Arturo Danusso del Politecnico di Milano; le documentazioni contabile e iconografica dell’epoca qualificano un risultato notevole; la superficie interessata all’ampliamento è pari a circa 2000 metri quadrati, ossia il quintuplo di quella iniziale, mentre la cupola in calcestruzzo, di 12 metri di diametro sorretta da quattro piloni pure in c.a, si spinge fino all’altezza di 45 metri; per quanto riguarda i dettagli costruttivi, le foto del tempo e gli accurati disegni delle misure dei lavori testimoniano grande attenzione e perizia. In fondazione, furono realizzati ove possibile adeguati collegamenti tra gli elementi strutturali nuovi in c.a. e quelli preesistenti in muratura, per i quali si crearono opere di sottofondazione in c.a.; fondazioni indipendenti interessarono la nuova cupola in c.a.. Tutte le strutture nuove e le precedenti furono collegate a livello del piano di calpestio. L’effetto complessivo è quello di una struttura in c.a. che circonda ed ingloba la fabbrica in muratura, ma con una sua autonomia statica. In ragione della ricerca documentaria e, soprattutto con un’attenta ricognizione dei luoghi, il contributo suggerisce un percorso di riflessione sullo stato di conservazione del manufatto, mirando a compilare un protocollo delle verifiche ed un dettagliato piano di indagini diagnostiche. C’e’ infatti una sempre maggiore sensibilità nei riguardi della durabilità delle opere in c.a., ed è del tutto evidente che, a differenza dell’edilizia corrente, per la quale il ripetersi di tipologie ricorrenti giustifica un approccio diagnostico almeno in parte su base statistica, opere eccezionali come quelle in oggetto richiedano un’adeguata progettazione delle indagini stesse.

The Huge Enlargement with R.C. Structure of the Shrine of Pompeii in Italy (1933-1939): a Technological, Architectonic and Cultural Challenge

CARILLO, Saverio
;
2010

Abstract

Il caso dell’ampliamento del Pontificio Santuario di Pompei costituisce certamente occasione significativa per proporre una riflessione estesa e su prospettive d’indagine differenziate, circa l’impiego delle moderne tecnologie e delle capacità dialettiche che le applicazioni e innovazione, in genere, comportano nel più consolidato mondo delle costruzioni. Si tratta in realtà di un’esperienza sostanzialmente inedita che, immediatamente dopo i pronunciamenti della Carta di Atene del 1931, dà corso a quell’impiego giudizioso di tutte le risorse della tecnica moderna, e più specialmente del cemento armato, indicato dall’art. V del documento. L’episodio registra pure la raccomandazione di dissimulare alla vista simili strutture: qui, evidentemente, non più solo per ragioni estetiche o di conservazione di una memoria del passato, ma anche e, soprattutto, in ossequio al luogo liturgico per il quale vigeva forte il divieto della sincerità costruttiva con materiali moderni. L’intervento strutturale, certamente ardito, fu affidato al prof. Arturo Danusso del Politecnico di Milano; le documentazioni contabile e iconografica dell’epoca qualificano un risultato notevole; la superficie interessata all’ampliamento è pari a circa 2000 metri quadrati, ossia il quintuplo di quella iniziale, mentre la cupola in calcestruzzo, di 12 metri di diametro sorretta da quattro piloni pure in c.a, si spinge fino all’altezza di 45 metri; per quanto riguarda i dettagli costruttivi, le foto del tempo e gli accurati disegni delle misure dei lavori testimoniano grande attenzione e perizia. In fondazione, furono realizzati ove possibile adeguati collegamenti tra gli elementi strutturali nuovi in c.a. e quelli preesistenti in muratura, per i quali si crearono opere di sottofondazione in c.a.; fondazioni indipendenti interessarono la nuova cupola in c.a.. Tutte le strutture nuove e le precedenti furono collegate a livello del piano di calpestio. L’effetto complessivo è quello di una struttura in c.a. che circonda ed ingloba la fabbrica in muratura, ma con una sua autonomia statica. In ragione della ricerca documentaria e, soprattutto con un’attenta ricognizione dei luoghi, il contributo suggerisce un percorso di riflessione sullo stato di conservazione del manufatto, mirando a compilare un protocollo delle verifiche ed un dettagliato piano di indagini diagnostiche. C’e’ infatti una sempre maggiore sensibilità nei riguardi della durabilità delle opere in c.a., ed è del tutto evidente che, a differenza dell’edilizia corrente, per la quale il ripetersi di tipologie ricorrenti giustifica un approccio diagnostico almeno in parte su base statistica, opere eccezionali come quelle in oggetto richiedano un’adeguata progettazione delle indagini stesse.
978-385748122-2
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Utilizza questo identificativo per citare o creare un link a questo documento: https://hdl.handle.net/11591/211433
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