La partita di un ‘nuovo’ diritto penale si gioca ancora oggi sul piano dei meccanismi attributivi della responsabilità. In tempi a noi vicini è infatti venuta assumendo rilievo, con forza prorompente, la tematica di un’imputazione che stenta a contentarsi dei suoi modelli individualizzanti e dei ‘semplici’ paradigmi concorsuali. Il diritto penale internazionale è il terreno in cui esigenze di questo tipo si sono manifestate sin dalla sua nascita nel corso del novecento: esso è strutturalmente il campo di elezione di forme di imputazione e sanzione collettivizzanti. La giustizia penale internazionale è ‘ontologicamente’ chiamata a confrontarsi con fatti che sfuggono ai confini ordinari della criminalità, per estensione spaziale e temporale, per rilevanza dei beni giuridici in gioco, ma soprattutto per quantità, ‘qualità’ e interrelazione degli autori e delle vittime. Un genocidio non è la semplice somma di più omicidi ma la uccisione di membri di un gruppo con l’intento di distruggere il gruppo medesimo: esso rinvia pertanto indirettamente ad un insieme di condotte sistematicamente orientate in tal senso. Un crimine contro l’umanità può concepirsi solo come parte di un attacco esteso e sistematico contro la popolazione civile, espressione di una struttura articolata e complessa che detiene un controllo sul territorio e sugli individui. La guerra, con i crimini di cui è portatrice, esprime anch’essa la valenza politica, pubblica e plurisoggettiva dell’agire criminoso. L’incerta portata del principio della responsabilità individuale posto dinanzi alla dimensione plurisoggettiva dei crimini internazionali induce a costruire modelli di attribuzione del fatto incentrati sul sistema o sulla partecipazione al gruppo. Tali forme collettivizzanti di imputazione costituiscono, nelle loro plurime articolazioni, l’oggetto centrale della analisi critica sviluppata nel volume.

Imputazione collettiva e responsabilità personale. Uno studio sui paradigmi ascrittivi nel diritto penale internazionale

MANACORDA, Stefano
2008

Abstract

La partita di un ‘nuovo’ diritto penale si gioca ancora oggi sul piano dei meccanismi attributivi della responsabilità. In tempi a noi vicini è infatti venuta assumendo rilievo, con forza prorompente, la tematica di un’imputazione che stenta a contentarsi dei suoi modelli individualizzanti e dei ‘semplici’ paradigmi concorsuali. Il diritto penale internazionale è il terreno in cui esigenze di questo tipo si sono manifestate sin dalla sua nascita nel corso del novecento: esso è strutturalmente il campo di elezione di forme di imputazione e sanzione collettivizzanti. La giustizia penale internazionale è ‘ontologicamente’ chiamata a confrontarsi con fatti che sfuggono ai confini ordinari della criminalità, per estensione spaziale e temporale, per rilevanza dei beni giuridici in gioco, ma soprattutto per quantità, ‘qualità’ e interrelazione degli autori e delle vittime. Un genocidio non è la semplice somma di più omicidi ma la uccisione di membri di un gruppo con l’intento di distruggere il gruppo medesimo: esso rinvia pertanto indirettamente ad un insieme di condotte sistematicamente orientate in tal senso. Un crimine contro l’umanità può concepirsi solo come parte di un attacco esteso e sistematico contro la popolazione civile, espressione di una struttura articolata e complessa che detiene un controllo sul territorio e sugli individui. La guerra, con i crimini di cui è portatrice, esprime anch’essa la valenza politica, pubblica e plurisoggettiva dell’agire criminoso. L’incerta portata del principio della responsabilità individuale posto dinanzi alla dimensione plurisoggettiva dei crimini internazionali induce a costruire modelli di attribuzione del fatto incentrati sul sistema o sulla partecipazione al gruppo. Tali forme collettivizzanti di imputazione costituiscono, nelle loro plurime articolazioni, l’oggetto centrale della analisi critica sviluppata nel volume.
2008
978-88-3488557-4
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